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Racconti comuni in ballate italiane, svedesi e britanniche: un confronto
La Morte Occultata Il ritorno del figlio avvelenato Edward Come un'antica saga vichinga Sigismondo e Adelin De Två Systrarna (Le Due Sorelle) Esercizi Interattivi
1. La Morte Occultata
Cominciamo il nostro percorso con una tipica ballata europea raccolta in quasi tutti i paesi del vecchio continente. Per convenzione riassumiamo tutte le sue varianti sotto lo stesso titolo: La Morte Occultata, che già ci rivela il tema narrativo dominante. L’origine è scandinava anche se sono le versioni bretoni quelle che hanno influenzato di più le varianti nelle lingue romanze. Nelle versioni raccolte in Danimarca, Svezia, Norvegia, Islanda e le Isole Far Øer, il nome dell'eroe è generalmente Oluf, Olof o Olaf. La storia si può riassumere più o meno così: Oluf andò a cavallo prima dell’alba, ma gli sembrò chiaro come se fosse giorno[1]. Arrivò a una collina dove c’erano degli elfi che danzavano. Una fanciulla uscì dalla danza, gli mise un braccio intorno al collo e gli chiese se voleva ballare. Lui rispose che non era venuto nel bosco in cerca di avventure amorose e che il giorno seguente sarebbe stato il giorno del suo matrimonio. Lei fece un’ulteriore proposta dicendo che, se si fosse concesso a lei, gli avrebbe offerto regali magici, quali un cavallo che poteva andare e tornare da Roma in un’ora e una spada tanto bella come mai si era vista su un campo di battaglia; inoltre tanti oggetti in oro. «Tieniti il tuo oro», rispose Oluf, «io vado dalla mia promessa sposa.» Lei allora lo colpì sulla guancia tanto forte che il sangue imbrattò il suo mantello, poi lo colpì in mezzo alle spalle tanto da farlo cadere a terra. Infine disse: «Alzati Oluf e torna a casa, non vivrai più di un giorno.» Tornò a casa sfatto; sua madre era al cancello: «Perché torni a casa così triste?» «Prendi il cavallo e chiama un prete. Corri a chiamare i miei sette fratelli e la mia giovane sposa.» Quando la sposa arrivò con il suo seguito udì le campane suonare e chiese: «Perché suonano?» «È usanza qui accogliere così le spose.» Ma appena entrò in casa vide che tutte le donne stavano piangendo. «Perché piangono?» chiese, ma nessuna rispose. Entrò poi nell’atrio e si sedette sulla panca riservata alla sposa e disse: «Vedo cavalieri che vanno e vengono ma non vedo il mio Oluf.» La madre ribatté: «Oluf è andato nel bosco con i falchi e i cani.» La sera accesero le torce per condurre la sposa al letto nuziale, ma mentre vi si stavano recando, un paggio di Oluf rivelò la verità: «Il mio signore giace sul baldacchino mortuario e tu dovrai sposare suo fratello». «Mai arriverà giorno nel quale mi prometto a due fratelli!» Chiese di vedere Oluf e giunta davanti al baldacchino, tolse la coperta che occludeva il corpo, lo baciò, dopodiché il suo cuore si ruppe per la disperazione.
Le versioni danesi conosciute come Elverskud hanno influenzato la letteratura tedesca tanto che il poeta Johann Gottfried von Herder la tradusse in tedesco come Erlkönigs Tochter (La figlia del re degli elfi) e Goethe la utilizzò per scrivere una ballata romantica. Quest'ultima ha dato ispirazione a Schubert per la famosa composizione musicale di che porta lo stesso titolo[2]. Nella versione svedese che segue[3] la storia non è completa. Oluf, invece di una fata, incontra una sirena, ha una relazione amorosa con lei, ma non sappiamo cosa succede dopo.
In questa versione è evidente che il vino bevuto da Olof è in realtà una pozione magica che lo stordisce e lo trasporta in un'altra dimensione nella quale la sirena si impossessa della sua volontà. Olof non tornerà più a casa e le sue ultime parole presagiscono la sua fine. Ricordiamoci la credenza popolare secondo la quale le sirene sono invidiose della vita e fanno di tutto per attrarre gli uomini verso la morte come già era successo a Ulisse[4] L'incontro con la sirena, che lo aspettava da quindici anni, è parte di un sogno erotico che si evidenzia proprio il giorno prima delle nozze. Amore sensuale che però porta alla morte. Perché mai Olof dovrebbe andare dalla sirena proprio alla vigilia delle sue nozze? E' forse la paura di perdere il potenziale erotico rinchiuso in un matrimonio e non più disponibile per altre avventure? Dante sottolinea bene questo aspetto nel XIX canto del Purgatorio[5] nel quale il sommo poeta in sogno trasforma una donna balbuziente in una sensuale sirena. Ne intravede il pericolo e la falsità quando si rende conto che la sua immaginazione maschile è “traviata” dalla sensualità femminile che si tramuta in un suo desiderio erotico non più sostenuto e guidato dalla ragione. L'uomo dunque diventa puro istinto e si allontana dalla ragione dinnanzi ad una prospettiva erotica. La sirena, donna che mostra i sensuali seni ma non il sesso, attrae in disparte gli uomini per svelare quello che nasconde. Così facendo li porta alla perdizione. Dante, con l'aiuto di una donna virtuosa e grazie a Virgilio che squarcia le vesti della sirena, al posto dell'immaginario erotico vede il “marcio” nel ventre di questa e svegliandosi si ravvede. Olof invece cade nella trappola, sprofonda nell'abbraccio con la sirena, ed è punito per non essersi ravveduto. Nelle molteplici versioni scandinave la donna traviatrice può anche essere una fata, figlia del re degli elfi. Si rimane comunque nel campo dei sogni come in questa variante, tradotta in inglese ma svedese di origine, ove la storia è più completa e simile a quella precedentemente riassunta.
The Elf King’s Daughter
E' impossibile determinare quali versioni siano più antiche, ovvero se sia una sirena o la figlia del re degli elfi la causa della morte di Olaf. Qui Olaf rifiuta la relazione amorosa (rifiuta il ballo, metafora dell'unione sessuale), ma il suo rifiuto lo porta alla vendetta della fata. Sembra che Olaf capiti per caso al ballo degli elfi, ma se vogliamo trasformare il sogno in realtà è probabile che sia andato a congedarsi dall'amante dove l'amore erotico gioca le sue ultime carte per impedire le nozze. L'erotismo è permeato di magia dove la ragione perde il contatto con la realtà razionale e promette regali magnifici. Olaf qui reagisce un po' come Dante e rifiuta i regali, ma il diniego porta alla vendetta dell'amante abbandonata. Storie che si ripetono da secoli, travestite da magiche allegorie nella fantasia popolare. In altre versioni svedesi[6] si trovano queste strofe che rimarcano in maniera più evidente l'idea della morte occultata, ovvero il tema più ricorrente nelle varianti del sud Europa.
In Gran Bretagna le versioni raccolte sono state titolate dal Professor Child[7] come Clerk Colvill. Le varianti britanniche sono un po' confuse e senza la conoscenza dei testi scandinavi sarebbe difficile arrivare ad una comprensione intellegibile.
Clerk Colvill
(Giordano Dall'Armellina)
Clerk Colvill compra una cintura preziosa per la futura sposa come pegno per il matrimonio a venire. Possiamo supporre che anche la dote della sposa fosse alquanto interessante e le nozze organizzate di conseguenza. Lei, che è definita come “lusty” cioè vigorosa, ma anche bramosa e in ultima analisi possessiva, è consapevole che Clerk ha un'amante e gli chiede di prometterle che non andrà a trovarla presso i pozzi di Slane. L'uomo si risente per tale richiesta e reagisce in maniera rude, come colui che sa che la donna ha smascherato le sue intenzioni. E infatti ubbidisce all'istinto e non alla ragione e corre verso il pozzo di Slane. Il pozzo, essendo una fenditura nella madre terra dove l'acqua sgorga, rappresenta l'energia erotica della vita dalla quale Clerk Colvill è attratto[8]. Di fatto non sa resistere a tale richiamo, visto qui come qualcosa di magico che dà assuefazione, e corre verso i pozzi di Slane per incontrare l'amante. Al suo arrivo la donna sta lavando una camicia per lui e come tentazione erotica gli mostra la sua pelle bianca come il latte[9]. E' la visione alla quale Clerk Colvill non sa opporre diniego e, come succede nelle ballate europee, per non dire esplicitamente che fanno l'amore, si racconta che la prende per la mano bianca come il latte e la stende sull'erba. Venuta a conoscenza che lui sta per sposare un'altra donna, l'amante gli causa la morte con un coltello imbevuto di veleno. Lui tenta di reagire, ma è troppo debole e la donna/sirena svanisce, come nel sogno di Dante, mostrando la vanità dell'amore perverso rappresentato dall'inafferrabile pesce che fugge via. Al suo ritorno a casa il morente chiede che gli si faccia il letto, come succede in decine di altre ballate europee. Chiede inoltre al fratello di prendere la sua spada e la sua lancia. Queste dovranno essere sepolte con lui come voleva la tradizione. E' un'usanza questa che risale a molti secoli prima di Cristo e riguarda le sepolture di cavalieri e persone di rango in antiche civiltà europee. Nelle varianti britanniche la morte non è occultata e ciò costituisce una differenza con le altre ballate continentali. La storia nella ballata ci vuol far credere che la morte sia dovuta ad un essere soprannaturale che lo ha stregato. Così la sirena o la figlia del re degli elfi diventa la donna fatale alla quale gli uomini non sanno resistere. Il professor Child nel suo The English and Scottish Popular Ballads (pag. 349) riporta anche il riassunto di una versione bretone che è probabilmente la variante di mezzo, ovvero l'anello di congiunzione fra le ballate scandinave e quelle del sud Europa. Il conte Nann e sua moglie si sposarono che avevano rispettivamente tredici e dodici anni. L’anno seguente nacque un figlio e il conte chiese alla moglie che cosa desiderasse in dono. Lei disse di volere della selvaggina e allora Nann prese la sua lancia e si diresse al bosco. All’ingresso del bosco incontrò una fata che gli disse che lo aspettava da tanto tempo e aggiunse: «Ora che mi hai incontrato mi devi sposare». «Sposarti?! Io sono già sposato.» A queste parole la fata disse: «E allora scegli se vivere sette anni da infermo o se morire entro tre giorni». «Preferisco morire entro tre giorni», rispose risoluto. Tornato a casa Nann chiamò sua madre, le raccontò tutto e le chiese di fargli il letto e di non dire nulla della sua morte alla sposa. La moglie cominciò a chiedere come mai Nann non fosse ancora di ritorno. Le dissero che era andato a caccia nel bosco per prenderle qualcosa. Chiese perché i servitori stessero piangendo e le risposero che i migliori cavalli erano affogati mentre li lavavano. Disse che non c’era da preoccuparsi: Nann ne avrebbe portati degli altri. Allora domandò perché i preti stessero cantando e le campane suonassero. Le risposero che un uomo al quale avevano dato alloggio era morto quella stessa notte. Chiese quale vestito avrebbe dovuto mettersi per andare in chiesa il giorno dopo, quello rosso o quello blu? Le consigliarono quello nero. Quando andò in chiesa notò una tomba con terra fresca e a questo punto le dissero la verità. Disperata, lasciò detto di prendersi cura di suo figlio e finì con questa frase rivolta alla madre di Nann: «Vostro figlio è morto, vostra figlia è morta».
Il conte Nann rifiuta di diventare l'amante della figlia del re degli elfi e tuttavia il suo destino non sarà diverso da quello di Oluf. Nelle versioni che seguiranno, tutte in lingue romanze, l'accento sulla morte occultata sarà ancora più evidente. Cominciamo a introdurre una variante del sud Europa analizzando una versione in langue d’oc.
Comte Arnau (Earl Arnau)
(Giordano Dall'Armellina, Alessandro Panella)
(Testo e musica tratti dall’album di Rosina e Martina de Peira Cançons de femnas, Edicions Revolum, Tolosa) Ci si rende subito conto che la morte non avviene più per mano di una sirena o di una fata, ma è la guerra la responsabile della tragedia. Il racconto si fa più realistico e universale e accentua la tragicità con l'occultamento della verità sulla morte dell'eroe. Arnau, nome comune anche per le varianti catalane, parte per la guerra e torna ferito all’inizio dell’estate, precisamente a San Giovanni[10]. In tutte le varianti di questa ballata la madre vede arrivare da lontano (o attende) il figlio che in genere le chiederà, dopo una breve conversazione, che gli si faccia il letto dove aspetterà la morte. Un'altra novità è la presenza di una moglie che ha appena partorito la quale, all'oscuro della morte del marito, chiede lumi alla suocera su quale vestito dovrà mettersi per la festa o per andare in chiesa. La risposta in tutte le versioni sarà: “Mettiti quello nero!” Qui subentra la teatralità nel racconto nel quale noi auditori, ma in realtà spettatori grazie al nostro terzo occhio che visualizza la storia, sappiamo la verità ed assistiamo a queste conversazioni con animo partecipe e compassionevole. La frase Mettili quello nero! è più rivolta a noi che alla moglie e va letta come richiesta di complicità da parte della suocera. E' come se ci dicesse: “Io e voi sappiamo perché ho risposto così.” Diventa così, in nuce, una tragedia di tipo greco, come Edipo Re, nella quale noi sappiamo la verità, ma non i protagonisti i quali verranno a conoscerla nel momento topico e drammatico della rappresentazione. In entrambi i casi la verità occultata nello spettatore genera la pietas, intesa come attenzione compassionevole verso ciò che è fragile e mortale. E' in questo modo che la tragedia della moglie di Arnau, accentuata dalla nascita di un figlio, diventa la proiezione di un nostro vissuto, reale o ipotetico, nel quale tutti ci riconosciamo. Siamo noi, ciascuno per conto proprio ma insieme agli altri auditori, che formiamo il coro greco, silente e dolente, dei sentimenti di pietas. La versione francese che segue esalta ancora di più la drammaticità aumentando le domande della puerpera e i tentativi pietosi della suocera per occultare la verità. Le Roi Renaud[11] (Il Re Renaud)
(Testo e musica provenienti dalla Normandia e tratti da Les Chansons de France, Editions Slaktine, 1907, ristampato nel 1980) Nel testo francese, più lungo e descrittivo, dalle mura merlate, che ci ricordano il medioevo, la madre guarda l’arrivo tragico del figlio morente che tiene in mano le proprie budella. Dopo la solita richiesta di fargli il letto Renaud ci informa che morirà a mezzanotte. Il cantore di questa versione aggiunge poi altri fattori di drammaticità e teatralità al racconto in un contesto storico dove tali situazioni dovevano essere comuni e quindi più consone a suscitare sentimenti di pietas. Si noti poi l'incalzare delle domande di una moglie che forse comincia ad avere dei dubbi e la forza di una madre che, per quanto affranta dal dolore, riesce a trovare scuse plausibili per non rivelare la verità. La ballata è in un continuo crescendo di patos fino all'epilogo dove si compie la tragedia finale. Il dolore è tanto forte e straziante da far aprire la terra per accogliere anche la moglie di Renaud. E' ovvio che un episodio siffatto non è mai accaduto, ma la fantasia popolare ha accelerato sinteticamente la morte della donna e ha voluto “vedere” subito insieme i coniugi abbracciati nella tomba. Dalla Francia la ballata passa al Piemonte. Il finale di questa versione, come spesso succede nei canti narrativi, differisce dai due appena esaminati.
Re Gilardin (Nigra 21)[12]
(Tendachënt)
Si noti in questa versione piemontese la rapidità degli avvenimenti. Re Gilardin va alla guerra e nel giro di tre strofe è già ferito e morente presso la madre. Re Gilardin è ferito quand ’l’è stai mità la strada. Apparentemente sembra non aver significato che il fatto avvenga nel mezzo del suo cammino ed è anzi curioso che si usino quelle parole. In realtà esse sono utilizzate come codice o formula in diverse ballate italiane e anche in altri contesti europei. Nella versione spagnola diventa en el medio del camino. Questa formula stava a indicare che qualche cosa o un avvenimento avrebbe cambiato per sempre la vita dell’eroe[15]. Nel resto della ballata piemontese si scorgono le similitudini con gli altri testi. Cambia però il finale; qui non si butta nella fossa che la terra magicamente apre. A salvarla è il marito che, seppure defunto, le parla per dirle che le sue parole d’amore, simboleggiate dalle rose, non lo riporteranno in vita e quindi non vale la pena di sacrificarsi. Questa versione, trasmessa da una donna, ha forse subito l'intervento psicologico e biologico di colei che la cantava. Va bene l'amore, ma non esageriamo.... In altre versioni piemontesi si incontrano infatti quasi le stesse parole della versione francese, per esempio come in quella con cui l’eroe è chiamato Prinsi Rinald: «Cosa völ di’ la mamin grand la téra fresca sut’al mè banch?» «Nuréta mia pòs pa pi scüsé, Rinald l’è mort e suterè.» «Pijé la ciav del mè castel che vöi andeme a sutrè cun chiel.[16]» In Re Gilardin il defunto parla con la moglie. Non è estraneo al mondo della ballata europea la possibilità di parlare con i morti. A dimostrazione del filo sottile che legava il mondo del canto epico-lirico al teatro, Re Gilardin è una di quelle ballate che vennero trasformate dal mondo contadino in rappresentazione teatrale inscenate durante le veglie, solitamente nelle stalle, in particolari momenti dell'anno. È interessante un racconto, incluso dal Nigra nella sua raccolta Canti popolari del Piemonte[17], a commento delle versioni piemontesi della ballata che si collega con le versioni bretoni. «Ecco il racconto, come a me fu fatto nella mia casa paterna in Villa-Castelnuovo dalle vecchie contadine del luogo.» Il dono della fata C’era un cacciatore che cacciava spesso per la montagna. Una volta vide sotto una balza una donna molto bella e riccamente vestita. La donna, che era una fata, accennò al cacciatore di avvicinarsi e lo richiese a nozze. Il cacciatore le disse che era ammogliato e che non avrebbe lasciato la sua giovane sposa. A queste parole la fata gli diede una scatola chiusa, dicendogli che dentro v’era un bel dono per la sua sposa. Gli raccomandò di consegnare la scatola a questa, senza aprirla. Il cacciatore partì con la scatola. Strada facendo, la curiosità lo spinse a vedere cosa c’era dentro. L’aperse e ci trovò una stupenda cintura, tinta di mille colori, tessuta in oro e argento. Per meglio vederne l’effetto, annodò la cintura a un tronco d’albero. Subitamente la cintura s’infiammò e l’albero fu fulminato. Il cacciatore, toccato dalla folgore, si trascinò fino a casa, si pose a letto e morì. Nella versione spagnola che segue la sirena/fata si trasforma direttamente nella morte, altra figura femminile archetipica.
La muerte ocultada (La morte occultata)
(Giordano Dall'Armellina)
In un’altra versione l’incontro con la morte è persino più evidente ed è accompagnato dai simboli della morte stessa.
I simboli della morte sono il numero sette, che incontreremo anche in altre ballate europee con lo stesso significato, i corvi neri e l’assenza di vita nel paesaggio. Nella stessa versione troviamo nel prosieguo del canto la frase tipica del morente: «Hagame, madre, la cama», «Fammi, madre, il letto» e il sopraggiungere della morte a mezzanotte come nelle versioni in langue d’oc e in francese. Notes [1]Come spesso accade nelle ballate all’inizio c’è un indizio che prelude a quello che succederà. Il fattore magico della luce quando dovrebbe essere buio è un tipico trucco attuato dagli elfi. [2] Per il testo in tedesco si digiti Erlkönigs Tochter in internet. Si può anche ascoltare la composizione di Shubert in YouTube. [3]Si può ascoltare questa versione attraverso il sito www.dallarmellinagiordano.it in “guarda i miei video/videos of other singers/ Garmana/Herr Oluf.” [4] Nella mitologia greca tuttavia le sirene sono metà donne e metà uccelli con artigli come le arpie per catturare gli uomini attratti alla loro isola (Scilla e Cariddi nell'Odissea) con il melodioso canto sensuale. Attraggono eroticamente per dare poi la morte. La loro isola era di fatto circondata da ossa in putrefazione di uomini caduti nelle loro grinfie. Solo nel medioevo vi è la trasformazione da donna uccello a donna pesce. Nella mitologia nordica era considerato di cattivo auspicio l'avvistamento di una sirena. Il termine inglese mermaid si traduce letteralmente come “vergine del mare” e come tale ha un richiamo erotico ancora più deciso. [5] «Io son», cantava, «io son dolce serena, /che ' marinari in mezzo mar dismago; /tanto son di piacere a sentir piena! /Io volsi Ulisse del suo cammin vago /al canto mio; e qual meco s'ausa, /rado sen parte; sì tutto l'appago!». ("Io sono, cantava, la sirena che allontana i naviganti dalla loro rotta, come feci con Ulisse. Chi si abitua a stare con me, di rado poi si allontana, se io tutto lo appago") [6] Per versioni islandesi si veda Olafur Liljuròs e per una norvegese Olav Liljekrans in YouTube. [7] Le ballate anglo-scozzesi sono classificate con la numerazione che Francis Child ha dato loro nella monumentale opera da lui scritta in cinque volumi English and Scottish Popular Ballads. [8]Si veda a tal proposito la ballata Tam Lin nel capitolo XIV. [9] In tutta Europa il canone di bellezza femminile era determinato dalla sfumatura del bianco della pelle. Più era bianca e più era segno di bellezza e nobiltà. L'incarnato del volgo, costituito per la maggior parte di contadini, a causa del lavoro nei campi era più scuro e come tale considerato “volgare.” [10] Quando c’è il solstizio d’estate e per festeggiare l’arrivo della bella stagione si accendono i fuochi di San Giovanni. [11] Le parti in corsivo non sono cantate nel cd. Questo vale per tutte le versioni con testo in corsivo. [12] Le ballate italiane vengono di solito indicate con il numero che Costantino Nigra aveva loro attribuito nella sua raccolta Canti Popolari del Piemonte. [13] Quando è stata all’uscio della chiesa ha incontrato un chierichetto. [14] Ho il bambino nella culla. [15] Ne era consapevole anche Dante che non a caso apre la Commedia con i versi Nel mezzo di cammin per indicare che un evento straordinario avrebbe cambiato la sua vita per sempre. Lo scopo era quello di suscitare curiosità nel lettore. [16] “Cosa vuol dire suocera mia la terra fresca sotto la mia panca?” “Nuoretta mia non posso più trovare scuse, Rinaldo è morto e seppellito.” “Prendete le chiavi del mio castello che voglio andare a seppellirmi con lui.” [17] Vol. I, pag. 169, edizioni Einaudi, 1974. [18] Nell’immaginario collettivo, la morte è una donna vestita di nero con la falce. È interessante notare come in altre versioni, sopratutto in quelle degli ebrei sefarditi raccolte in Marocco, la morte sia personificata dall’orco contro il quale l’eroe lotta e perde. D’altra parte Orcum in latino è il dio dell’Averno, quindi della morte. |