Racconti comuni in ballate italiane, svedesi e britanniche: un confronto

 

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La Morte Occultata     Il ritorno del figlio avvelenato     Edward     Come un'antica saga vichinga

Sigismondo e Adelin     De Två Systrarna (Le Due Sorelle)     Esercizi Interattivi

 

 5.    Sigismondo e Adelin

 

Un'altra ballata che si canta sia in Italia che in Svezia e che come storia è stata immortalata da Boccaccio nel Decamerone, ha come titolo Sigismondo in Italia e Hertig Frojdenborg Och Froken Adelin in Svezia.

Immaginiamo Boccaccio nella sua Certaldo o in una piazza di un mercato di qualche paese o città d'Italia nella prima metà del XIV secolo: un menestrello fa la sua comparsa e canta una ballata riguardante l'amara sorte di due amanti. Gli astanti si commuovono ascoltando l'epilogo, pur conoscendo per la maggior parte la storia cantata. Boccaccio ne rimane affascinato e decide di includere il racconto nel Decamerone apportando tutte le variazioni che la sua fervida fantasia gli consente. In particolar modo, come vedremo, il monologo di Ghismonda è un autentico grido di libertà, tanto attuale, che sembra scritto oggi.

Rinforzata dal Decamerone la storia viaggia insieme alla ballata e giunge in Gran Bretagna dove, mentre il canto narrativo viene adattato alla lingua locale, la novella viene utilizzata come base per un’opera teatrale di Painter, racchiusa nella sua raccolta Palace of Pleasure, che verrà rappresentata a Londra nel 1556.

 

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Personaggi:      Frasia (la figlia del re), Sigismondo (un servitore), dieci servitori, il re (sacra corona), i consiglieri del re.

Luoghi:          Alla corte del re, la prigione, la stanza di Frasia.

 

Cera una fija de bellezze ornata;

da dieci servitori era servita.

De lo più bello sera nnamorata;

del cuor de Sigismunti era nvaghita.

 

«Sacra corona, quistu è gran vergogna,

la fija tua, parlà con Sigismunti.»

«Statevi zitti e n lo fate assapere:

su la galera annatelo a metténe.

 

Statevi zitti e n lo fate assapere:

su la galera annatelo a metténe,

dopo tre jorni annatelo a trovane;

se nun è mortu fatelo morine.»

 

«Che séte vinuti a fa, fratelli mia?

Séte venuti pe damme la vita,

opuramente pe damme la morte?»

«Sémo vinuti pe datte la morte.

 

Sacra corona ce lha comannatu.»

Sopra na bianca pietra fu scannatu,

ir cor dar biancu péttu jé cavarru,

e avanti a Frasia bella lo portarru.

 

«O Frasia bella, accetta sta pietanza,

ir cor de Sigismunti, tua speranza.»

E Frasia bella su un bianco léttu se mettea,

tre tazze de veleno se bevea.

 

Dopo che er padre landette a trovane:

«Vattene via, patre mia crudele!

Ci avevo un amante e lha fatto murine.

Ci avevo un amante e lha fatto murine.»

 

«Sta zitta, fija mia; non tinquietane:

n antro piú bellu lu famo vinine.»

«Quello che vinirà nun è lo mio.

È mortu lo mio amor, morirò anchio.

 

O patre caro, la tua fija more.

Fallo scrivere in quellarco damore!

Fallo scrivere su quellarco eterno.

Chi more per amor non va allInferno!»

(Testo senza musica presente nel libro Ballate Popolari Italiane di Tito Saffioti, Ed. Book Time)

Si noti come la ballata sia rapida e scarna nel raccontare levento: c’è una bella ragazza, figlia di un re (sacra corona) che si innamora del più bello dei servitori. I consiglieri del re se ne avvedono e devono informare il re, il quale ordina immediatamente la soppressione del servitore. Come in quasi tutte le ballate gli avvenimenti sono presentati in maniera rapida e concisa, ma è anche vero che i personaggi sono quasi sempre primitivi nei loro impulsi e non lasciano spazio al pensiero e alla riflessione. E tuttavia il linguaggio rivela più di quanto si possa sospettare. Informandoci che Frasia si innamora di Sigismondo il cantore ci dice del cuor di Sigismunti era 'nvaghita. La parola cuore diventa un codice rivelatore e allo stesso tempo l'involontario protagonista della ballata. Il menestrello conosce la storia e non può fare a meno di essere coinvolto emozionalmente, quindi con il cuore, nel cantare la ballata e lo cita, forse inconsciamente, nella prima strofa.

Dopo un'introduzione nella quale si dipinge con delicatezza l'amore di Frasia per Sigismondo e cioè il sogno di una bella relazione amorosa, siamo calati brutalmente nella realtà della seconda strofa. Frasia è la figlia del re ed è uno scandalo che abbia una relazione segreta con un umile servitore. La fanciulla non è libera di amoreggiare poiché deve mantenere la sua purezza fino al giorno nel quale suo padre avrà scelto un buon marito per lei. Nella società feudale, nella quale la ballata è ambientata, se un servitore avesse osato anche solo toccare la figlia del re, avrebbe commesso il reato di lesa maestà, avrebbe cioè offeso il re. Tale “crimine” era punito con la morte, strappando il cuore dal petto del colpevole[53].

L'onore del re è in pericolo e nessuno deve dunque sapere. Come conseguenza Sigismondo viene messo in prigione per tre giorni. I re si consideravano i rappresentanti di Dio in terra e il tre, simbolo della Trinità, era il loro numero magico di riferimento. Se Sigismondo muore durante i tre giorni in prigione, una mano divina sarà intervenuta per sostenere la sua decisione. Ma Sigismondo dopo tre giorni è ancora vivo e il re sfida comunque il fato: il condannato deve morire in ogni caso (dopo tre jorni annatelo a trovane; se nun è mortu fatelo morine). 

Incontriamo Sigismondo per la prima volta in prigione. Possiamo immaginare il povero amante nella totale oscurità delle terribili segrete scavate sottoterra del medioevo. All'improvviso vede delle torce avvicinarsi e riconosce gli altri nove servitori, suoi amici. Dapprima si rincuora (sete venuti pe' damme la vita) ma possiamo intuire che poi veda i coltelli o le asce che lo dovranno squartare e la sua domanda si fa drammatica (opuramente pe' damme la morte?). Dalla risposta si deduce che gli altri servitori, mandati apposta per far loro capire che nessuno sgarro sarà tollerato, non vorrebbero uccidere Sigismondo. Non possono però disubbidire al re (sacra corona ce l’ha comannatu). Il cuore viene conseguentemente strappato dal suo bianco petto, dopo averlo scannato su una bianca pietra. Si noti la ripetizione del colore bianco e il suo simbolismo di purezza e innocenza[54], a sottolineare come il cantore veda l’innocenza del servitore e sia testimone dell’ineluttabilità dei fatti. Attraverso la sua ballata ci rende altresì partecipi e consapevoli dell'ingiustizia perpetrata. Anche nella versione scozzese si rimarcherà la stessa cosa.

Subito dopo l’omicidio, il cuore viene portato alla povera Frasia, si può presumere, dagli stessi consiglieri che avevano informato il re. Il linguaggio è brutale: “Accetta ’sta pietanza”, per sottolineare che non verrà mai tollerata una scelta libera da parte della ragazza. Vedremo poi che anche nella versione svedese il cuore è offerto a Adelin come pietanza.

Anche lei agisce impulsivamente, si butta su un bianco letto e beve tre tazze di veleno. Una tazza di veleno sarebbe stata sufficiente per suicidarsi, ma ancora una volta il numero tre gioca un ruolo allegorico. Nel nostro caso potrebbe alludere a una richiesta a Dio, da parte della sfortunata ragazza, di comprensione e pietà per il gesto compiuto. Lei è innocente (bianco lettu) e come tale dovrebbe andare in Paradiso ma, a quei tempi, si credeva che i suicidi dovessero andare all'Inferno, come ci testimonia Dante nel XIII canto della Divina Commedia. Frasia cerca di sovvertire questa credenza comune  dicendo: Chi more per amor non va all’Inferno! E implicitamente chiede a Dio il perdono per quello che sta attuando. Nella frase finale subentra anche il convincimento del cantore-poeta che una persona suicida, per aver sofferto terribilmente, non meriti di andare all’inferno bensì in paradiso[55].

Si va verso lepilogo con la conversazione fra padre e figlia. Il padre, incurante del dolore della figlia e indifferente di fronte allefferato delitto da lui ordinato, propone a Frasia un marito scelto da lui, più bello di Sigismondo. Ma la figlia si è già avvelenata e, sicura del suo amore, è pronta a morire. E' un atto estremo di protesta e di libertà.

Esistono varie versioni, anche se rare, della ballata in Italia. Come confronto si veda questa variante veneta dove i nomi cambiano in Germonda e Ricardo.

Ricardo e Germonda

 

Una volta che gèra un gentilomo,

na figlia al mondo lu el gavea,

te po pensarte el ben, che l ghe volea:

tri servitori lu el ghe mantegnea.

 

Un gèra belo, e un altro più sguardo,

e un de sti tri gèra nome Ricardo.

 

Fin che chi altri du zugava a bala,

Ricardo e la Germonda se basava,

fin che chi altri du sugava al sole,

Ricardo e Germonda a brazza-colo.

 

Sacra Corona, ma che vilanada

Di un servitor che bràcia la so cara!

Sacra Corona, ma che vilania,

di un servitor che bràcia la sua fia!

 

Oh, tàsi, tàsi, no me lo contare;

in curto tempo lo farem copare.

Oh, tàsi,tàsi, no lo stare a dire:

in curto tempo lo farem morire.

 

Su un careghin dargento i lo sentava,

e l cuor fora del peto i ghe cavava:

T un piatelin dargento i lo meteva,

dinanzi a la Germonda i lo serveva.

 

Tolì, Germonda, guardè ben qua drento

El cuor del vostro inamorà contento.

Caro sior padre, galo el cuor de prea,

cavare el cuore a la speranza mia?

Caro sior padre, galo el cuore de sasso,

cavare el cuore a lo mi inamorato?

 

Tasi, Germonda, e no ti afanare,

che dei amanti a tin farò trovare.

A min farì trovar? No l’è più quelo!

La morte mi vòi dar co sto cortelo.

 

Se domattina me trovessi morta,

al campo del giudizio che i me porta:

Fème cavare di una busa fonda,

che drento staga, Ricardo e Germonda.

 

Me farò fare di una letra doro,

che per un servitor contenta moro,

Min farò fare unaltra de argento,

che un servitor per mi more contento.

Nella versione veneta vi è la richiesta di Germonda di essere seppellita con Ricardo, come succede anche nel Decamerone e come succede anche nella versione svedese.

Vediamo ora come Boccaccio ha trasformato la ballata in una novella che è tuttora fra le più lette e studiate del Decamerone.

Tancredi, principe di Salerno, aveva una sola figlia di nome Ghismonda. La amava in maniera possessiva e sebbene Ghismonda fosse in età da matrimonio, non voleva prendere in considerazione per lei le proposte dei giovani nobili. Un giorno, tuttavia, dovette cedere al duca di Capua e la fece sposare a suo figlio. Sfortunatamente il matrimonio durò solo pochi mesi a causa della prematura morte del figlio del duca. Ghismonda dovette ritornare dal padre sperando che le avrebbe trovato un altro marito.  Il vecchio padre, invece, era ben felice di avere la figlia tutta per sé. Ma Ghismonda era molto giovane e bella e non voleva rinunciare ai piaceri del sesso. Pensò bene di trovarsi un amante valoroso e segreto. Preferiva fra tutti il paggio del principe, un uomo di umili origini ma distinto e di nobile portamento. Si innamorò di lui e il paggio ricambiò, tanto che  cominciarono a bruciare di desiderio l'uno per l'altra. Per mezzo di un passaggio segreto i due amanti cominciarono ad incontrarsi, senza essere visti, nella stanza di Ghismonda quasi ogni giorno. Come scrisse Boccaccio: “Ma la fortuna, invidiosa di così lungo e di così gran diletto, con doloroso avvenimento la letizia dei due amanti rivolse in tristo pianto.

Era usanza di Tancredi soffermarsi di tanto in tanto nella stanza della figlia per parlare con lei. Accadde che un giorno, mentre Ghismonda era in giardino, nessuno lo vide entrare nella stanza. Attendendola si sedette su un divano che era presso la finestra nascosto da una tenda e si addormentò. Mentre dormiva i due amanti entrarono e, con le loro effusioni amorose, svegliarono Tancredi il quale li vide ma ritenne di non intervenire. Passato un lungo tempo, Guiscardo ritenne fosse l'ora di andare e anche Ghismonda uscì dalla camera. Tancredi, per non farsi vedere, si calò dalla finestra e tornò corrucciato alla sue stanze. Ad un suo comando, la stessa notte, due uomini presero Guiscardo e lo portarono al cospetto di Tancredi il quale gli disse: “Guiscardo, la mia benignità verso te non avea meritato l'oltraggio e la vergogna la quale nelle mie cose fatta m'hai, sì come io oggi vidi con gli occhi miei.

Al quale Guiscardo niuna altra cosa disse se non questo:  “Amor può troppo più che né voi né io possiamo.”

Tancredi diede poi ordine che Guiscardo fosse tenuto sotto sorveglianza in una stanza del palazzo. Il giorno seguente Tancredi incontrò Ghismonda e le disse, mentre piangeva, che li aveva visti nella sua stanza, che Guiscardo era stato arrestato e che sarebbe morto il giorno seguente. Non poteva sopportare che la figlia avesse fatto l'amore senza essere sposata e per di più con un giovane di vilissima condizione. Ghismonda fu colta da un dolore incommensurabile ma si contenne e trattenne le lacrime e il suo spirito fiero trionfò sulla sua debolezza femminea. Dato ormai per scontato che per il suo Guiscardo non c'era più speranza, rivolse a se stessa pensieri di morte. Ma prima disse queste parole a suo padre:

 - Tancredi, né a negare né a pregare son disposta, per ciò che né l'un mi varrebbe né l'altro voglio che mi vaglia; e oltre a ciò in niuno atto intendo di rendermi benivola la tua mansuetudine e 'l tuo amore; ma, il ver confessando, prima con vere ragioni difender la fama mia e poi con fatti fortissimamente seguire la grandezza dello animo mio. Egli è il vero che io ho amato e amo Guiscardo, e quanto io viverò, che sarà poco, l'amerò; e se appresso la morte s'ama, non mi rimarrò d'amarlo; ma a questo non mi indusse tanto la mia feminile fragilità, quanto la tua poca sollecitudine del maritarmi e la virtù di lui.

Esser ti dovea, Tancredi, manifesto, essendo tu di carne, aver generata figliuola di carne e non di pietra o di ferro; e ricordarti dovevi e dei, quantunque tu ora sia vecchio, chenti e quali e con che forza vengano le leggi della giovanezza; e, come che tu uomo in parte ne'tuoi migliori anni nell'armi esercitato ti sii, non dovevi di meno conoscere quello che gli ozi e le dilicatezze possano ne'vecchi non che ne'giovani.

Sono adunque, sì come da te generata, di carne, e sì poco vivuta, che ancor son giovane; e per l'una cosa e per l'altra piena di concupiscibile disidero, al quale maravigliosissime forze hanno date l'aver già, per essere stata maritata, conosciuto qual piacer sia a così fatto disidero dar compimento. Alle quali forze non potendo io resistere, a seguir quello a che elle mi tiravano, sì come giovane e femina, mi disposi e innamora'mi. E certo in questo opposi ogni mia virtù di non volere né a te né a me di quello a che natural peccato mi tirava, in quanto per me si potesse operare, vergogna fare. Alla qual cosa e pietoso Amore e benigna Fortuna assai occulta via m'avean trovata e mostrata, per la quale, senza sentirlo alcuno, io a'miei disideri perveniva; e questo, chi che ti se l'abbi mostrato o come che tu il sappi, io nol nego.

Guiscardo non per accidente tolsi, come molte fanno, ma con diliberato consiglio elessi innanzi ad ogn'altro, e con avveduto pensiero a me lo'ntrodussi, e con savia perseveranza di me e di lui lungamente goduta sono del mio disio. Di che egli pare, oltre allo amorosamente aver peccato, che tu, più la volgare oppinione che la verità seguitando, con più amaritudine mi riprenda, dicendo (quasi turbato esser non ti dovessi, se io nobile uomo avessi a questo eletto) che io con uom di bassa condizione mi son posta. In che non ti accorgi che non il mio peccato ma quello della Fortuna riprendi, la quale assai sovente li non degni ad alto leva, a basso lasciando i dignissimi.

Ma lasciamo or questo, e riguarda alquanto a'principii delle cose: tu vedrai noi d'una massa di carne tutti la carne avere, e da uno medesimo creatore tutte l'anime con iguali forze, con iguali potenzie, con iguali virtù create. La virtù primieramente noi, che tutti nascemmo e nasciamo iguali, ne distinse; e quegli che di lei maggior parte avevano e adoperavano nobili furon detti, e il rimanente rimase non nobile. E benché contraria usanza poi abbia questa legge nascosa, ella non è ancor tolta via né guasta dalla natura né da'buon costumi; e per ciò colui che virtuosamente adopera apertamente si mostra gentile, e chi altramenti il chiama, non colui che è chiamato ma colui che chiama, commette difetto.

Raguarda tra tutti i tuoi nobili uomini ed esamina la lor virtù, i lor costumi e le loro maniere, e d'altra parte quelle di Guiscardo raguarda: se tu vorrai senza animosità giudicare, tu dirai lui nobilissimo e questi tuoi nobili tutti esser villani. Delle virtù e del valore di Guiscardo io non credetti al giudicio d'alcuna altra persona che a quello delle tue parole e de'miei occhi. Chi il commendò mai tanto, quanto tu 'l commendavi in tutte quelle cose laudevoli che valoroso uomo dee essere commendato? E certo non a torto; ché se i miei occhi non m'ingannarono, niuna laude da te data gli fu, che io lui operarla, e più mirabilmente che le tue parole non potevano esprimere, non vedessi; e se pure in ciò alcuno inganno ricevuto avessi, da te sarei stata ingannata.

Dirai dunque che io con uomo di bassa condizione mi sia posta? Tu non dirai il vero; ma per avventura, se tu dicessi con povero, con tua vergogna si potrebbe concedere, che così hai saputo un valente uomo tuo servidore mettere in buono stato; ma la povertà non toglie gentilezza ad alcuno, ma sì avere. Molti re, molti gran principi furon già poveri; e molti di quegli che la terra zappano e guardan le pecore già ricchissimi furono e sonne.

L'ultimo dubbio che tu movevi, cioè che di me far ti dovessi, caccial del tutto via. Se tu nella tua estrema vecchiezza a far quello che giovane non usasti, cioè ad incrudelir, se'disposto, usa in me la tua crudeltà, la quale ad alcun priego porgerti disposta non sono, sì come in prima cagion di questo peccato, se peccato è; per ciò che io t'accerto che quello che di Guiscardo fatto avrai o farai, se di me non fai il simigliante, le mie mani medesime il faranno. Or via, va con le femine a spander le tue lagrime, e incrudelendo con un medesimo colpo altrui e me, se così ti par che meritato abbiamo, uccidi.

Tancredi non credette alle parole della figlia che diceva di volersi suicidare e continuò a pianificare la sua vendetta su Guiscardo. Diede disposizione che fosse strangolato, che gli si cavasse il cuore e che gli fosse portato. Il giorno seguente il cuore di Guiscardo stava in una splendida coppa d'oro e Tancredi lo inviò a sua figlia pregando il famigliare preposto alla consegna di riferire queste parole: “Il tuo padre ti manda questo, per consolarti di quella cosa che tu più ami, come tu hai lui consolato di ciò che egli più amava”.

Nel frattempo Ghismonda si era fatta mandare erbe e radici velenose per averle pronte alla bisogna. Quando scoperchiò la coppa e vide il cuore disse: “Non si conveniva sepoltura men degna che d'oro a così fatto cuore chente questo è; discretamente in ciò ha il mio padre adoperato. E così detto, appressatoselo alla bocca, il baciò, e poi disse: “In ogni cosa sempre e infino a questo estremo della vita mia ho verso me trovato tenerissimo del mio padre l'amore, ma ora più che giammai; e per ciò l'ultime grazie, le quali render gli debbo giammai, di così gran presente da mia parte gli renderai”.

Dopodiché versò il distillato di veleno nella coppa e, dopo aver versato molte lacrime, ne bevve il contenuto. Si mise sul letto ed aspettò la morte. Tancredi, avvisato dalle damigelle dell'accaduto irruppe nella camera. La figlia morente gli chiese un ultimo desiderio: di essere seppellita con Guiscardo. Così Boccaccio conlude la novella: Così doloroso fine ebbe l'amor di Guiscardo e di Ghismonda, come udito avete; li quali Tancredi dopo molto pianto, e tardi pentuto della sua crudeltà, con general dolore di tutti i salernetani, onorevolmente amenduni in un medesimo sepolcro gli fe'sepellire.

In quest’ultima parte della novella Boccaccio riprende il classico tema popolare europeo, presente in numerose ballate, degli innamorati seppelliti nella stessa tomba. Di solito dalla tomba nascono piante e fiori che si intrecciano per simboleggiare l’amore eterno. Nella ballata occitana Joana due amanti muoiono e dalla loro tomba nascono due alberi che si abbracciano[56]. Numerosissime sono poi le ballate britanniche che riprendono il tema, fra le quali Lord Lovel[57] (Child 75) ma anche le numero 64,73,74,76,84,85,87 della raccolta del Child.

Non sappiamo se una storia simile circolasse in Gran Bretagna, in forma di ballata, prima che la novella del Boccaccio divenisse popolare. Simili racconti erano cantati in tutta Europa ma non v'è dubbio che la novella del Boccaccio abbia influenzato Lady Diamond.

 

Lady Diamond

(Child 269)

 

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Personaggi:    Il re, il cuciniere, Lady Diamond, trentatré servitori del re.

Luoghi:    La corte, la stanza privata di lady Diamond, la stanza dove dormiva il cuciniere.

 

There was a king and a noble king,

A king of muckle fame.

And he had an only daughter dear,

Lady Diamond was her name.

 

He had a servant, a kitchen boy,       

A lad of muckle scorn,

And she loved him long

[and she loved him aye,

Till the grass overgrew the corn.

 

When twenty weeks were gone and past

Then she began to greet

For her petticoat grew short before

And her stays they would not meet.

 

Then it fell out on a winters night,

The king could get no rest;

And he has gone by his daughters bower,

Just like a wandering ghost.

 

Hes led her by the lily white hand

To the bed-chamber within:

«What ails ye lass,that you look so wan

And your apron winna pin?»

 

«Oh father dear, upbraid me not,

Dont take from me my joy;

For I have forsaken your high-born lords,

To marry your kitchen boy.»

 

«Go call to me my merry men all,

By thirty and by three; .

Go fetch to me yon kitchen boy,

Well kill him secretly.»

 

There wasnt any sound to be heard,

Not another word was said,

Till they have got him fast and sure,

Between two feather beds.

 

Theyve cut the heart out of his white breast,

Put it in a golden bowl;

And they’ve given it to his lady dear,

That she might her love behold.

 

«Oh come to me, my honey, my heart,

Oh come to me, my joy;

Oh come to me, my honey, my heart,

My ain dear kitchen boy.»

 

Shes taken the heart of her ain true love,

And she grat both long and sore,

Till the blood was washed

 by her ain saut tears

And at last she breathed no more.

 

«Oh where were ye,

[my good men all, 

That took both meat and fee,

That you didnt hold my cruel hand

And keep his blood from me?

 

For gone is my hearts delight,

And gone from me my joy,

For my bonnie Diamond she is dead

For the love of a kitchen boy.»

Cera un re ed era un nobile re,

un re di grande fama

e aveva una sola figlia a lui cara,

Lady Diamond era il suo nome.

 

Aveva un servo, un cuciniere,

un ragazzo oggetto di gran disprezzo

E lei lo amava da lungo tempo

e lo amava davvero,

finché lerba sostituì il grano.

 

Quando venti settimane passarono,

allora cominciò a piangere

poiché il suo corsetto divenne piccolo davanti a lei

e i suoi vestiti non si chiudevano più.

 

Poi accadde in una notte dinverno

che il re non potesse riposare

ed è andato nellappartamento privato di sua figlia

come un fantasma deambulante.

 

Lha presa per la mano bianca come un giglio

per condurla nella camera da letto.

«Cosa ti affligge ragazza, che sembri così pallida

e il tuo grembiale non si allaccia?»

 

«Oh caro padre non mi rimproverate,

non portatemi via la mia gioia;

poiché ho snobbato i vostri lords di alto lignaggio

per sposare il vostro cuciniere.»

 

«Andate a chiamare tutti i miei uomini fedeli

a trenta e a tre per volta

Andate a prendermi quel cuciniere,

lo uccideremo in segreto.»

 

Non si udivano dei rumori,

nessunaltra parola fu detta

finché lo presero rapidamente e in modo sicuro

tra due letti di piume.

 

Gli hanno tagliato il cuore dal suo petto bianco

e lo hanno messo in una ciotola doro

e l’hanno data alla sua cara lady

così che potesse vedere il suo amore.

 

«Oh vieni da me amore mio e cuore mio,

vieni da me gioia mia,

vieni da me, amore mio, cuore mio,

il mio unico, caro ragazzo di cucina.»

 

Lei prese il cuore del suo proprio amore,

e pianse a lungo e con gran dolore,

fino a quando il sangue fu lavato via

dalle sue lacrime salate

e alla fine non respirò più.

 

«Oh dove eravate,

miei buoni uomini tutti

che prendeste sia carne che paga?

Voi che non avete fermato la mia mano crudele

per tenere il suo sangue lontano da me?

 

Morta è la delizia del mio cuore

e morta è la gioia dentro di me

poiché la mia bella Diamond è morta

a causa dellamore per un cuciniere.»

 

(Testo e musica tratti dallalbum Blood and Roses, vol. 2 di Ewan Mc Call e Peggy Seeger)

Questa versione è adattata alla cultura scozzese, come è ovvio che sia e come avviene per canti e racconti provenienti da altre aree europee. Mantiene alcuni degli episodi presenti sia in Sigismondo che nel Decamerone.

 Nelle prime due strofe vi è un toccante riassunto dell'intera ballata. L'inizio è simile a una fiaba: Cera un re ed era un nobile rema l'aggettivo e il sostantivo per definire il re (un re di grande fama) e quello per il cuciniere (ragazzo oggetto di gran disprezzo) creano un contrasto che con l'uso del passato presagiscono una tragedia. L'immagine dell'erba che cresce e si sostituisce al raccolto è poetico ma è allo stesso tempo un codice teso a rivelare agli ascoltatori che è avvenuto un fatto tragico alla fine della bella stagione (il grano è stato tagliato e rimane solo l'erba). Tuttavia nelle ballate l'erba cresce sulle tombe degli amanti dall'amaro destino. Quindi, allegoricamente, il grano (l'amore) è stato tagliato per impedirgli di crescere oltre e rimane solo l'erba (la morte). Inoltre il menestrello, informandoci che il ragazzo è di infima condizione ci prepara all'ineluttabilità dei fatti. Aggiunge poi che, a differenza di ciò che è narrato nel Decamerone e nelle versioni italiane, la giovane è incinta, un fatto che fa infuriare ancora di più il re. E' probabile che i due amanti si incontrassero segretamente nella stanza privata della ragazza, come nella novella del Boccaccio. 

 Nella quarta strofa il cantore ci fa capire che siamo in inverno, che secondo il calendario celtico comincia nella notte di Halloween. Il frutto dell'amore dei due giovani è stato concepito all'inizio dell'estate celtica, ovvero nel mese di maggio, il mese dell'amore. Ora siamo però in inverno, il re è posseduto dagli spiriti maligni dei morti propri della notte di Halloween e si aggira come un fantasma. E' accecato dall'odio e non può vedere la bellezza dei frutti estivi. Conduce la figlia nella di lei stanza prendendola per la mano bianca come un giglio. E' questa una frase che troviamo in diverse lingue europee (in francese Il la prit par sa main blanche). Le mani delle principesse e delle nobili donne sono sempre bianche come un giglio ma, spesso, tale definizione è un codice per avvertirci che qualcosa di negativo sta per succedere. Nel nostro caso la frase ci porta a diverse interpretazioni. La ragazza è innocente (colore bianco) ma nello stesso tempo il padre, prendendola per la mano e conducendola nella stanza del misfatto, le fa rivivere la sua colpa e la rende consapevole che solo lui può dare quella mano a un uomo di sua scelta.

 Ora il re, per difendere il suo onore, deve passare all'azione che non può essere rimandata. Il codice d'onore ha regole fisse che non possono essere disattese e quindi manda i suoi uomini con rapidità a uccidere il cuciniere. Tutto questo permea la storia di un destino tragico e ineludibile. Manda trentatré[58] uomini per suggellare la sua forza e il suo potere divino. Non ha bisogno di così tanti uomini per uccidere un cuciniere disarmato e dormiente, ma ha bisogno di complici fedeli con i quali condividere la decisione. E' bene che tutti si rendano conto che infrangere una legge reale porta alla morte.

 Il cantore poi dipinge la scena dell'omicidio che potremmo immaginare come un quadro del Caravaggio: nell'oscurità, con le torce che illuminano i visi, vediamo quegli uomini che comunicano con gli occhi ma non possono esprimere dubbi. I soldati e i servi devono ubbidire senza fare domande.  Ecco quindi che il povero ragazzo viene ucciso e gli viene strappato il cuore dal bianco petto come nella versione italiana.

Sia i menestrelli europei che cantarono la ballata, sia Boccaccio che la trasformò in novella, lavorarono  su una radice comune; da essa ciascuno fece sbocciare un nuovo fiore. La radice potrebbe essere semplice: la figlia di un re si innamora di un servo. Suo padre disapprova e fa uccidere il servo facendogli strappare il cuore che viene poi dato alla ragazza. Presa da sconforto la figlia del re si suicida, il padre si pente ma è troppo tardi.

La fantasia di ciascun autore, coadiuvata da un proprio retroterra culturale e dalla propria abilità poetica, faceva in modo di arricchire la storia con ulteriori episodi o con la descrizione dei personaggi e dell'ambiente più accurata. In ogni caso una storia come questa deve essere stata piuttosto comune nella cruda realtà dell'Europa feudale.

 

La ballata è arrivata anche in Svezia dove è conosciuta come Hertig Frojdenborg Och Froken Adelin. La storia narrata sembra una via di mezzo fra le versioni italiane e britanniche e quella spagnola che segue.

In una delle varianti svedesi Adelin sta nel giardino e raccoglie fiori per il conte Frojdenborg il quale, vedendo il suo gesto, dichiara il suo amore. Il fatto viene riferito al re che decide di rinchiudere il conte nella torre. Adelin, tuttavia continua a cogliere fiori per il conte e sembra che il loro amore non abbia confini. Il re dà allora ordini ai suoi uomini perché uccidano il conte e gli strappino il cuore. La sera stessa il cuore viene servito come pietanza alla ignara figlia del re. Adelin apprezza il piatto ma sente uno strano dolore alla sola vista del contenuto.

Quando viene a sapere di cosa era fatto decide di ubriacarsi con il mjöd, una specie di birra. Ne beve così tanta da morirne. Il re a questo punto si pente di ciò che ha fatto alla sua unica figlia e dichiara che se avesse saputo che l'amore fra il conte e Adelin era così profondo avrebbe agito diversamente. Decide infine di farli seppellire in un'unica tomba con i capelli dei due amanti intrecciati come atto di unione perenne. Sulla tomba fa piantare un cedro che con gli anni cresce fino ad arrivare all'ingresso della chiesa e i cui rami sono intrecciati a simboleggiare un abbraccio perpetuo.

 

Un esempio di ballata che contiene in nuce lo schema di questo racconto ci viene dalla Spagna. E' molto probabile che il canto sia più antico della novella del Boccaccio. E' stato ritrovato un testo scritto risalente al XV secolo che è di poco posteriore alla novella del Boccaccio ma è presumibile che la storia narrata sia più antica. Invece di un re, la mandante dell'omicidio è una malvagia regina e anche qui il protagonista maschile è un conte.

 

 Madrugaba el conde Olinos

(Si alzava presto il conte Olinos)

 

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Personaggi:  Il conte Olinos, la regina, la figlia della regina, le guardie della regina.

Luoghi:     La riva del mare, il palazzo reale, la chiesa.

 

Madrugaba el conde Olinos,

mañanita de San Juan,

a dar agua a su caballo,

a las orillas del mar.

 

Mientras el caballo bebe,

canta un hermoso cantar.

Las aves que iban volando,

se paraban a escuchar.

 

«Bebe, mi caballo, bebe,

Dios te me libre de mal,

de los vientos de la tierra

y de las furias del mar.»

 

La reina lo estaba oyendo

desde su palacio real:

«Mira, hija, como canta

la sirena de la mar.»

 

«No es la sirenita, madre,

que esa tiene otro cantar.

Es la voz del conde Olinos,

que me canta a mi un cantar.»

 

«Si es la voz del conde Olinos,

yo le mandaré matar,

que para casar contigo,

le falta la sangre real.»

 

«No le mande matar, madre,

no le mande usted matar,

que si mata al conde Olinos,

a mí la muerte me da.»

 

Guardias mandaba la reina

al conde Olinos buscar,

que le maten a lanzadas

y echen su cuerpo a la mar.

 

La infantina con gran pena,

no dejaba de llorar;

el murió a la medianoche,

y ella a los gallos cantar.

 

A ella como hija de reyes,

la entierran en el altar,

y a él como hijo de condes,

cuatro pasos más atrás.

 

De ella nació un rosal blanco,

de el nació un espino alvar;

crece el uno, crece el otro,

los dos se van a juntar.

 

La reina llena de envidia

ambos los mandó cortar,

el galán que los cortaba,

no dejaba de llorar.

 

De ella naciera una garza,

de él un fuerte gavilán,

juntos vuelan por el cielo,

juntos se van a posar.

Si alzava presto il conte Olinos

la mattina di San Giovanni[59]

per dar acqua al suo cavallo

sulla riva del mare.

 

Mentre il cavallo beve

canta un sublime canto.

Gli uccelli che passavano volando

si fermavano ad ascoltarlo.

 

«Bevi mio cavallo, bevi,

Dio ti liberi dal male,

dal vento della terra

e dalle furie del mare.»

 

La regina lo stava ascoltando

dal suo palazzo reale:

«Ascolta figlia come canta

la sirena del mare.»

 

«Non è la sirenetta madre,

ella ha un altro modo di cantare.

È la voce del conte Olinos

che canta per me un canto.»

 

«Se è la voce del conte Olinos

io lo manderò a uccidere,

che per sposarsi con te

gli manca il sangue reale.»

 

«Non mandatelo a uccidere madre,

non mandatelo a uccidere,

che se si uccide il conte Olinos

si dà a me la morte.»

 

La regina manda le guardie

a cercare il conte Olinos

e lo uccidono a colpi di lancia

e buttano il suo corpo in mare.

 

La figlia con gran dolore

non riusciva a smettere di piangere.

Lui morì a mezzanotte

e lei al canto del gallo.

 

Lei come figlia di re

la seppelliscono nellaltare.

Lui come figlio di conti,

quattro passi più indietro.

 

Da lei nacque una pianta di rose bianche,

da lui un biancospino.

Cresce luno, cresce laltro,

i due si vanno a congiungere.

 

La regina piena dinvidia

li manda a tagliare.

Il ragazzo che li tagliava

non smetteva di piangere.

 

Da lei nacque un'airone,

da lui un forte sparviero,

uniti volano per il cielo,

uniti si vanno a posare.

 

(Versione raccolta a Mojados - Valladolid)

 

Dalla storia si intuisce che il conte Olinos aveva già fatto la corte alla figlia della regina la quale, vedendo la figlia innamorata, teme di non poterla dare in sposa a un principe di sangue reale di sua scelta. Qui i due innamorati non vengono seppelliti nella stessa tomba ma a quattro passi di distanza l'uno dall'altra. Tuttavia la forza dell'amore fa nascere dalle rispettive tombe due piante che si incontrano e si intrecciano in un abbraccio passionale. In questa versione la regina crudele e invidiosa fa tagliare le piante, ma il poeta e cantore della ballata trasforma allora gli amanti in uccelli che volando non potranno più essere raggiunti dagli strali della regina. Il tema, comune alle letterature orientali ed europee, è quello dell’amore che è più forte della morte e pur di sopravvivere subisce trasformazioni e metamorfosi.

Per quanto riguarda il testo invece si potrebbe propendere per uninfluenza trovadorica. Infatti il linguaggio appare colto e talvolta poeticamente raffinato.

Un altro elemento fantastico nella versione spagnola è la credenza che fosse la sirena a cantare. Qui si potrebbe vedere la sirena come simbolo di morte che annuncia la fine tragica della ballata. Si credeva infatti che ascoltare il canto delle sirene fosse foriero di cattiva sorte per i mortali, in quanto si riteneva che queste creature marine fossero anime insoddisfatte nel loro stato di morte e pertanto invidiose della vita. Anche in Clerk Colvill abbiamo visto come la sirena abbia attratto l'uomo per poi ucciderlo. Ulisse si rese conto delle intenzioni delle sirene quando vide i resti umani intorno all'isola dove esse risiedevano.

L'amore contrastato dalle famiglie era uno dei temi favoriti nei racconti medievali e rinascimentali. Quando la tragica storia di Giulietta e Romeo fu recitata per la prima volta a Londra, ebbe subito un successo straordinario. Questo perché il racconto conteneva già in sé un retroterra emozionale consolidato da pilastri che si reggevano su un substrato fatto di centinaia di ballate e storie popolari che potevano far presa facilmente su un pubblico aperto a riceverlo.

 


Notes

[53] Nella nona novella del quarto giorno del Decameron c'è un'altro racconto nel quale il cuore di un amante viene strappato dal petto ed è offerto come pietanza alla donna che ha tradito suo marito. Il cuore è messo in una coppa d'argento e mangiato dalla moglie inconsapevole. Quando viene a sapere dal marito che cosa in realtà ha mangiato, si butta dalla finestra e muore. Il due amanti sono poi seppelliti nella stessa tomba. Boccaccio cita una fonte provenzale all'inizio come base della sua novella: “Dovete adunque sapere che, secondo che raccontano i provenzali, in Provenza...”  La fonte scritta era quasi certamente la biografia di Guilhelm de Cabestaing (un trovatore al servizio di Raimon of Rossiglione) il tradimento del cui signore portò al tragico epilogo descritto da Boccaccio.

[54] Nelle varie Annunciazioni dei pittori medievali e rinascimentali l'arcangelo Gabriele tiene in mano un giglio bianco, simbolo di innocenza e purezza della futura madre di Gesù. Si ricordi la splendida Annunciazione di Leonardo.

[55] Si veda come Fabrizio de André abbia trattato l'argomento tabù del suicidio nella Ballata del Miché: “Domani alle tre nella fossa comune cadrà senza il prete e la messa perché di un suicida non hanno pietà”.

[56] «La bèla es morta a miejanueit e lo galant a punta d’alba. N’enterran la bèla jos l’aspic e lo galant al pé de l’arbre; quand ne sièron al cap de l’an, l’aspic e l’arbre s’embracèron» (Le bella è morta a mezzanotte e il galante allo spuntar dell’alba. Seppelliscono la bella sotto il biancospino e il galante ai piedi dell’albero; quando fu l’inizio dell’anno, il biancospino e l’albero si abbracciarono).

[57]They grew for seven long years, till they could not grow any higher, They grew to a a true-lover’s knot till the red rose covered the briar.” (Crebbero per sette lunghi anni fino a quando non poterono crescere di più. Crebbero fino a trasformarsi in un nodo di amanti fino a che la rosa rossa coprì l’erica.»

[58] Questo numero è simbolo di forza e unità. Dante divide la Divina Commedia in tre parti di trentatré canti ciascuna per dare senso di unità e forza al suo poema. Inoltre arrivando a 99 canti rimarca la presenza divina. Il 9 è il numero del divino e il doppio nove rinforza il concetto. Questo vale anche per i musulmani. Non è un caso che Allah abbia 99 nomi. Per contrasto l'inversione del 9, cioè il 666 è divenuto il simbolo del diavolo.

[59] Il giorno di San Giovanni, 24 giugno, è il giorno dei falò nel quale i popoli europei celebrano l'inizio dell'estate con gioiose feste e divertimenti. Nel passato nessuno voleva mancare a questi festeggiamenti nei propri paesi d'origine. Come il 24 dicembre è dedicato alla rinascita del sole (Sol Invictus), il 24 giugno sottolinea il trionfo del sole al suo Zenith. Come abbiamo visto anche il Comte Arnau voleva tornare al suo luogo natio per quella data. In diverse ballate, tuttavia, il gioioso giorno di San Giovanni fa da contrasto con le tragedie che vivranno i personaggi.